Libri dalla categoria Cerimonie
«Che t’Importa di ciò che Dice la Gente?»
Altre avventure di uno scienziato curioso
Autore/i: Feynman Richard P.
Editore: Zanichelli Editore
prima edizione, raccolte da Ralph Leighton con una sua prefazione, traduzione di Sylvie Coyaud.
pp. 240, nn. foto e ill. b/n, Bologna
«Prima che nascessi, mio padre disse a mia madre: “Se è un maschio, sarà uno scienziato”».
E scienziato lo divenne davvero Richard Feynman, uno dei maggiori fisici del nostro secolo e vincitore del Nobel. Come i lettori di «Sta scherzando, Mr. Feynman!» già sanno, Feynman è stato il contrario dello scienziato accademico distaccato dal mondo. Fu invece uomo d’insaziabile curiosità e sempre disponibile a qualsiasi «deviazione» dal percorso già tracciato.
A una ricchezza di vita che ha dell’incredibile in Feynman si unisce, per nostra fortuna, una meravigliosa capacità di narrarla.
Feynman morì il 15 febbraio 1988 dopo una lunga lotta contro il cancro. Nel corso del suo ultimo anno di vita preparò, insieme all’amico Ralph Leighton, il manoscritto di questo libro che può quindi venir considerato un pó il suo testamento spirituale.
Due figure emergono su tutte le altre: quella della prima moglie Arlene, morta giovanissima, e quella del padre, che, dice Feynman, gli insegnò a pensare.
La seconda parte del libro è dedicata al racconto dell’indagine seguita all’esplosione del Challenger nel gennaio 1986. In queste pagine si mostra tutto ciò che precedette e seguì il clamoroso colpo di scena televisivo dell’esperimento con cui Feynman mise sotto accusa i sistemi di controllo della NASA.
Arriviamo così a scoprire attraverso gli occhi di un grande scienziato la confusione e i fraintendimenti che hanno portato la NASA a scrivere una delle pagine più tristi dell’esplorazione umana del cosmo.
Attraverso le parole di Feynman possiamo rivivere il momento in cui la causa del disastro venne rivelata al mondo intero con un semplicissimo, elegante esperimento: un pezzo di gomma tuffato in un bicchiere di acqua ghiacciata.
«”La pubblicazione di “Sta scherzando, Mr. Feynman!” ci costringe ad alcune spiegazioni preliminari.
Primo: il protagonista è quello del libro precedente, ma le ’avventure di uno scienziato curioso’ sono diverse: alcune sono allegre, altre tragiche, è certo però che per la maggior parte del tempo Mr. Feynman NON sta scherzando -anche se spesso è difficile a dirsi.
Secondo: i racconti di questo libro non si collegano l’uno all’altro come in “Sta scherzando…” dov’erano articolati cronologicamente per fornire una parvenza di ordine. (E alcuni lettori si fecero perciò l’idea, sbagliata, che si trattasse di un’autobiografia). Quanto a me, ho una motivazione semplice: da quando ho sentito per la prima volta i racconti di Feynman, ho avuto voglia di condividerli con altri.
Infine, la maggior parte di queste storie non mi sono state raccontate mentre suonavamo insieme la batteria. È andata invece così.
La prima parte, “Uno scienziato curioso”, inizia col descrivere l’influenza delle persone che più hanno contribuito a formare la personalità di Feynman – suo padre, Mel, e il suo primo amore, Arlene. Il racconto iniziale è tratto da “Il piacere di scoprire le cose”, un programma della BBC prodotto da Christopher Sykes. La storia di Arlene, da cui è preso il titolo del libro, per Feynman è stata dolorosa da raccontare. L’ho messa insieme in dieci anni, da sei brani diversi. Una volta terminata, a Feynman piacque molto. Era felice di condividerla con altri.
Le altre avventure feynmaniane della prima parte, anche se di tono più allegro, sono state incluse perché non ci sarà mai un secondo volume di “Sta scherzando…”. Feynman era particolarmente fiero di “È semplice come contare fino a… “, e ogni tanto pensava di trasformarlo in un vero e proprio articolo di psicologia. Le lettere dell’ultimo capitolo sono state gentilmente fornite da Gweneth Feynman, Freeman Dyson e Henry Bethe.
La seconda parte, “Mr. Feynman va a Washington”, è purtroppo l’ultima grande avventura di Feynman. È più lunga del solito, perché rimane di grande attualità (versioni più brevi sono state pubblicate su «Engineering and Science» e su «Physics Today», e sono state riprese da riviste specializzate in molti paesi). Non è stata pubblicata prima perché, dopo aver fatto parte della Commissione Rogers, Feynman venne sottoposto a una terza e a una quarta operazione, oltre ai raggi, all’ipertermia e ad altre terapie.
La battaglia di Feynman contro il cancro durò più di un decennio, e si concluse il 15 febbraio 1988, due settimane dopo l’ultima lezione al Caltech. Ho voluto aggiungere uno dei suoi discorsi più eloquenti e stimolanti, “Il valore della scienza”, come epilogo.”» (Dalla prefazione di Ralph Leighton)
Richard Philipp Feynman nasce l’11 maggio 1918 a Far Rockaway, vicino a New York.
Compie i suoi studi dapprima al MIT (Massachusetts Institute of Technology) e poi a Princeton. Dal 1943 al 1946 collabora al Progetto Manhattan a Los Alamos.
Nel 1946 va ad insegnare a Cornell, dove rimane fino al 1951. Nello stesso anno si trasferisce al Caltech (California Institute of Technology).
Dopo una decennale lotta contro il cancro si spegne il 15 febbraio 1988 a Los Angeles.
Nel 1965 è stato insignito del premio Nobel per la fisica a riconoscimento dei suoi contributi nel campo dell’elettrodinamica quantistica.
Di fondamentale importanza anche le ricerche da lui condotte nel campo dell’interazione debole insieme a Murray Cell-Man.
Ralph Leighton, musicista amico di Feynman, vive e lavora a Pasadena, California.
Vocabolario delle Istituzioni Indoeuropee
Volume secondo – Potere, diritto, religione
Autore/i: Benveniste Emile
Editore: Giulio Einaudi Editore
edizione italiana a cura di Mariantonia Liborio.
pp. VIII-290-534, Torino
Come tutti i grandi linguisti, Emile Benveniste possiede in misura eminente il senso della realtà: il fatto linguistico gli interessa in quanto parte di questa realtà, per ricostruirla nel suo divenire.
Questo interesse vitale ha portato Benveniste a contatto con le discipline più vive nel campo delle scienze umane, dalla logica formale alla psicoanalisi all’antropologia. Sfruttando a fini teorici la sua vastissima erudizione e la pratica nel campo della grammatica storico-comparata, lo studioso ha accostato ai suoi lavori più strettamente filologici una serie di interventi di carattere più generale, inserendosi con grande autorità nella discussione teorica che tocca tutti gli aspetti del problema lingua.
In questo Vocabolario (1969), Benveniste è arrivato a precisare il significato primario dei termini studiati, per scrostarne lo spessore d’uso e per riportare alla luce insiemi lessicali coerenti, articolati intorno a una nozione centrale che permette di avvicinarsi al «senso».
Questa delicata operazione di interpretazioni, accostamenti, ricostruzioni è fondata sulla capacità di ricostituire il quadro economico e sociale di cui la lingua è espressione. «In questa ricerca delle origini – scrive Mariantonia Liborio nella nota che accompagna la presente edizione – si fanno spesso scoperte di grande interesse, non solo linguistico. Concetti individuali per eccellenza, come l’identificazione di sé o il concetto di libertà, si rivelano per esempio singolarmente dipendenti dalla sfera sociale. L’analisi di Benveniste, che spesso rovescia-posizioni acquisite, mette in luce con una certa insistenza il fatto che “è la società, sono le istituzioni sociali che forniscono i concetti in apparenza più personali”».
Emile Benveniste (Aleppo 1902 – Parigi 1976) ha sempre vissuto e studiato a Parigi, dove è stato Directeur d’études della sezione di Scienze storiche e filologiche dell’École Pratique (dal 1927) e poi professore al Collège de France (dal 1937). E autore di diciotto opere e centinaia di articoli, tra cui Origines de la formation des noms en indo-européen (1935), Problèmes de linguistique générale (trad. it. Il Saggiatore, 1971 e 1974).
Rivarol
Massime di un conservatore
Autore/i: Jünger Ernst
Editore: Ugo Guanda Editore
traduzione di Brunello Lotti e Marcello Monaldi.
pp. 136, Parma
Nato nel 1753, fuggiasco da Parigi nel 1792 («Dov’è il grand’uomo?» chiesero gli uomini del Terrore bussando alla sua porta «lo vogliamo accorciare un po’»), esule in Belgio fino al 1794, poi in Germania dove morì nel 1801 (consumato «tanto dall’incessante attività spirituale quanto dai piaceri», Antoine de Rivarol appartiene a pieno diritto alla folta e scintillante schiera dei moralisti francesi. Su Jünger, che lo ha tradotto in tedesco e ha curato questa scelta di massime, egli ha esercitato una forte attrazione, indicata dalla ricchezza e dall’originalità della sua personalità. Per Jünger, Rivarol è lo scrittore che in nome dei valori formali ha rischiato la frammentarietà, l’incompletezza, che ha costantemente perseguito la perfezione stilistica, toccandola spesso nella concisione delle sue massime, delle sue definizioni. E il dandy, capace però di scelte assolute, mai riducibili a una religione dell’apparenza. E, soprattutto, il «pensatore della conservazione» in un’epoca rivoluzionaria.
Nel lungo saggio che precede le Massime, Jünger si chiede che significato possa avere oggi «un autore morto da centocinquant’anni, che cercò di affrontare come singolo la Rivoluzione allo stato nascente, per il nostro tempo, cioè per un tempo in cui questa Rivoluzione si è consolidata». A tale quesito, lo scrittore risponde che l’attualità di Rivarol è nella struttura del suo pensiero.
«Tra i pensatori della conservazione Rivarol si distingue per la sua obiettività razionale. Per questo motivo la sua opera, non per le soluzioni ma per l’impianto del suo pensiero, offre stimoli a chiunque riflette su come vada formato un nuovo humus e creato qualcosa di permanente in una situazione di tabula rasa.» E aggiunge: «Egli resterà esemplare per l’intrepido e tuttavia ponderato atteggiamento con cui il singolo si contrappone alla corrente del tempo, che minaccia di tutto divorare e di cui solo pochi cuori e poche menti sono all’altezza». L’intransigenza morale, la chiarezza intrepida dello sguardo, lo spirito autenticamente conservatore, il senso profondo dello Stato, e insieme lo stile smagliante, la grazia suprema, la forza concentrata nell’espressione, la qualità inventiva, illuminante di una battuta: in queste massime, che si offrono all’intelligenza e al piacere del lettore di oggi, si rivela il «metallo puro» di uno scrittore.
Che cos’è la Metafisica?
(Con estratti della «Lettera su l’Umanismo»)
Autore/i: Heidegger Martin
Editore: La Nuova Italia
prefazione, traduzione e note a cura di Armando Carlini.
pp. 148, Scandicci (Firenze)
La metafisica è lo scandalo della filosofia: da un lato essa investe i massimi problemi ed è dunque la ragione medesima in vista della quale gli uomini hanno cominciato a fare filosofia; dall’altro è indefinibile e il suo stesso oggetto, benchè vanamente cercato, resta una perenne fonte di aporie. Nel luglio del 1929 Heidegger tenne all’Università di Friburgo, dov’era tornato come successore di Husserl, una prolusione in cui mostra in che cosa consista l’essenza della metafisica e come essa affondi le sue radici nell’esistenza dell’uomo. Sospeso tra l’essere e il nulla, l’uomo esperisce, nello stato d’animo fondamentale dell’angoscia, una motivazione originaria a interrogarsi circa il senso delle cose.
Fichte e l’Ideale di Umanità
Tre lezioni
Autore/i: Husserl Edmund
Editore: Edizioni ETS
a cura di Francesca Rocci, in copertina: Pablo Neruda, Autoritratto, 1924.
pp. 96, Pisa
Di fatto nella miseria dei nostri tempi c’è solo una cosa che può sostenerci, rafforzarci, renderci davvero invincibili e «beati» in ogni sofferenza.
È lo spirito divino dell’idea, la consapevolezza degli ideali puri per la cui realizzazione esistiamo, gli ideali che hanno trovato nel nostro popolo tedesco i loro rappresentanti più nobili e più sublimi. (Husserl)
Nel marzo 1916 Husserl riceve la nomina a professore ordinario presso l’Università di Friburgo, riconoscimento che costituisce il coronamento della sua carriera accademica.
È in questa Veste che tenne, per la prima volta nel 1917, le sue lezioni su Fichte alla Facoltà di scienze politiche nell’ambito dei corsi per i partecipanti alla guerra dell’Università di Friburgo; in seguito le ripeté ancora due volte l’anno successivo, questa volta presso la Facoltà di filosofia.
La Scienza dello Yoga
Commento agli Yogasutra di Patañjali alla luce del pensiero moderno
Autore/i: Taimni I. K.
Editore: Ubaldini Editore
prefazione dell’autore, traduzione di Renato Pedio.
pp. 404, nn. ill. b/n, Roma
Intorno ad un nucleo minimo di insegnamenti fondamentali e genuini dello yoga si è sviluppato, nel corso di migliaia di anni, un coacervo di letteratura spuria composta di commenti ed esposizioni di sistemi minori della cultura yoga. Perciò il neofita meglio farà a limitarsi alla letteratura di base, così da evitare confusioni e frustazioni. Entro questa letteratura di base, gli yogasutra di Pantanjali spiccano come l’opera più autorevole e feconda, e in conseguenza della trattazione completa ed organica dell’argomento costituiscono il libro più adatto per uno studio approfondito e sistematico dello yoga.
Nessun argomento forse è avvolto nel mistero quanto la dottrina e la filosofia yoga. Molti hanno praticato la cultura fisica associata ad una scuola yoga: ma troppo spesso l’hanno fatto rinunciando agli insegnamenti più alti e più profondi dell’antichissima scienza. Questo libro offre un’esposizione chiara, intelligibile, dei punti di vista filosofico e spirituale che la sostanziano.
Potrà essere di utilità particolare agli studiosi occidentali perché la dottrina è presentata sia alla luce del pensiero antico che di quello moderno. L’autore ha fondato il proprio studio sui famosi Yogasutra di Patañjali, scritti molti secoli fa, chiarendone in numerosi punti i difficili concetti mediante analogie moderne. A ciò è riuscito perché è tanto profondamente versato nella filosofia e nella saggezza dell’India antica quanto altamente qualificato come scienziato moderno.
Il professor I. K. Taimni, induista, è nato in India. Ha studiato in Inghilterra laureandosi in chimica presso la London University nel 1928. Ha insegnato negli Istituti di specializzazione universitaria e compiuto opera originale di ricerca in campo chimico presso l’Università indiana di Allahabad per circa quarant’anni. I risultati di tali ricerche sono stati pubblicati in una cinquantina di articoli apparsi in tiviste scientifiche occidentali.
Altre opere del prof. Taimni sono: Self-Culture in the Light of Occultism, Gayatri, e Introduction to Hindu Symbolism.
Psicologi e Operai
Soggettività e lavoro nell’industria italiana
Autore/i: Rozzi Renato A.
Editore: Giangiacomo Feltrinelli Editore
presentazione dell’autore.
pp. 248, Milano
Gli psicologi sono diventati molto numerosi e sempre più importanti nelle applicazioni concrete della vita sociale. Ciò porta non soltanto a una ben diversa figura di psicologo, ma a farsi di nuovo tante domande generali e teoriche sulla psicologia. Questa mutazione nata nel sociale è particolarmente evidente allorché certi soggetti individuali e collettivi emergono con un nuovo aspetto politico. Per esempio gli operai o i malati di mente. Renato Rozzi si interessa degli operai nel momento del lavoro: anche la classe operaia è diventata soggettivamente e oggettivamente diversa e ha sempre più rapporto, nelle fabbriche o nelle istituzioni, con tutti coloro che si rifanno alle idee della psicologia, siano essi quelli che si considerano ancora professionalmente psicologi sia tutta quella vasta fascia di operatori sociali in cui sono compresi anche i sindacalisti.
In Psicologi e operai Renato Rozzi, seguendo le mutazioni degli operai nella fabbrica a partire dagli anni ’60, cerca di capire anche quanto sta accadendo oggi in tutto il corpo sociale. Rozzi cioè analizza comportamenti come il rifiuto del lavoro nel loro originarsi e situazioni come quelle che producono il nuovo tipo di fatica oppure gli sviluppi della psicologia clinica dal momento della selezione a quello degli interventi psicosociali. Ne escono certo molti interrogativi per il rinnovarsi del movimento operaio soprattutto nel suo momento politico-sindacale.
Renato Rozzi è nato a Cremona nel 1929. Si è laureato all’Università di Milano con una tesi sulla problematica della neutralità in Husserl e Freud. Ha lavorato come psicologo in un reparto psichiatrico, nella scuola, in un carcere per minorenni e soprattutto in una grande industria metalmeccanica. Ha insegnato psicologia all’Università di Milano, Trento e all’Università di Cosenza dove insegna tuttora. Ha pubblicato articoli su riviste, sempre su argomenti di psicologia applicata.
Giocare la Vita
Storia del lotto a Napoli tra Sette e Ottocento
Autore/i: Macry Paolo
Editore: Donzelli Editore
pp. 144, Roma
«Napoli» e «lotto» sono due parole strettamente connesse nella nostra immaginazione. Il più classico tra i giochi d’azzardo – il gioco dei novanta numeri, ciascuno dei quali è associato, per il tramite della Smorfia-Morfeo, a un qualche significato onirico e simbolico – lega indissolubilmente cifre e sogni, calcoli e divinazione dei propri destini. E tutto questo ha in Napoli, nei suoi botteghini, nei palazzi, nei vicoli, la sede deputata, il luogo imprescindibile. Questo libro di Paolo Macry da una parte ricostruisce la storia di fenomeni sociali, culturali e istituzionali che hanno avuto indubbia rilevanza in gran parte dell’Europa sette-ottocentesca. Dall’altra, analizza il concreto intrecciarsi, nella pratica delle scommesse, di alcune categorie sulle quali le scienze sociali lavorano da tempo: la casualità e il calcolo, le aspettative «razionali» e i comportamenti «irrazionali», il rischio e l’utile economico, il materiale e l’immateriale. Sottesa a questo lavoro, colto e curioso, rigoroso e insieme partecipe, sta una convinzione: che nel dibattito così attuale tra strutture e culture, tra moderno e postmoderno, i temi della divinazione, del caso, del gioco, abbiano qualcosa da dire. Molto di più di quanto spesso non appaia. A Napoli il lotto costituisce un fenomeno capace di veicolare cultura e diventare idioma collettivo. Al tempo stesso, produce un circuito di ridistribuzione di risorse materiali, che è gigantesco, capillare e polverizzato. L’attenta considerazione di giocate e vincite mostra che alla fine i napoletani vincono poco ma vincono tutti e spesso, mescolando sapientemente la passione per i novanta numeri, l’esperienza personale, i limiti imposti da magri bilanci familiari e, se del caso, trucchi e sotterfugi. Lo Stato, quello borbonico, gestisce il tutto con grande accortezza, creando un clima fiduciario, assecondando la cultura del suo pubblico, cercando di limitare i propri rischi. Il lotto napoletano sarà fonte di grossi guadagni per l’erario e durerà nel tempo come nessun’altra lotteria che si conosca.
Paolo Macry insegna Storia contemporanea all’Università di Napoli. Tra i suoi lavori ricordiamo Ottocento. Famiglia, élites e patrimoni a Napoli, Torino 1988; La società contemporanea. Una introduzione storica, Bologna 19952, e con R. Romanelli e B. Salvemini, Le borghesie dell’Ottocento. Fonti, metodi, modelli per una storia sociale delle élites, a cura di A. Signorelli, Messina 1988. È autore della lezione sulle Classi sociali del Manuale di Storia contemporanea Donzelli.
Tecnica del Colpo di Stato
Il più pericoloso manuale dei nostri giorni
Autore/i: Luttwak Edward N.
Editore: Longanesi & C.
presentazione dell’editore, premessa dell’autore, prefazione di S. E. Finer, traduzione dall’inglese di Bruno Oddera
pp. 288, 13 ill. b/n, Milano
Questo «manuale pratico», come lo definisce semplicemente l’autore, non mancò di suscitare l’esitazione e la diffidenza dei suoi primi editori a diffonderlo. Il perché è presto detto: dopo le prime pagine, chiunque si rendeva conto che il libro era un’autentica bomba, e anche se qualcuno, fuorviato dalla scrittura semplice e un po’ ironica, poteva considerarlo dapprincipio un «thriller» alla James Bond, si sarebbe poi facilmente e subito convinto che Luttwak scriveva su un argomento molto serio con estrema serietà. In termini elementari, il colpo di Stato, volere o no, è diventato un fenomeno della vita moderna (dal 1945 al 1968 se ne sono verificati settantacinque nel mondo) e ciò ci sprona a comprenderne e l’importanza e il significato.
Luttwak, nato a Arad in Transilvania, cittadino inglese dal 1967, che ha vissuto e lavorato in parecchi paesi, compresi quelli dell’Europa orientale, ce li spiega, riscuotendo l’ammirazione di esperti di storia moderna come Manuel Finer e Stephen Ambrose, che non esitano a chiamare il suo manuale un classico.
Edward Nikolai Luttwak (Arad, Transilvania, 1942) è uno dei più qualificati e brillanti studiosi nordamericani di storia militare e di problemi strategici. Insegna alla Georgetown University e al Georgetown Center of Strategic and International Studies di Washington ed è consulente governativo per la Difesa. Oltre a Strategia del colpo di Stato, fra le sue opere più importanti vanno ricordate: Dictionary of Modem War, The Israeli Army (in collaborazione con Dan Horowitz), The Political Uses of Sea Power, Strategie Power, The Grand Strategy of Roman Empire (La grande strategia dell’impero romano, Rizzoli 1981), The Grand Strategy of Soviet Union: Essence of Strategy.
Arturo Benedetto Michelangeli
Autore/i: Kozubek Lidia
Editore: L’EPOS Società Editrice
traduzione dal Polacco di Marco Bizzarini, discografia a cura di Stefano Biosa.
pp. 236, XII tavv. b/n f.t., Palermo
Arturo Benedetti Michelangeli (Brescia 1920 – Lugano 1995), uno dei pianisti più ammirati del XX secolo, ha inseguito per tutta la vita la perfetta manifestazione della bellezza artistica, raggiungendo risultati unici nel controllo del suono e nel meticoloso approfondimento dei testi musicali.
Artista schivo ed enigmatico, compassato ma non freddo, sempre personalissimo nel tocco, nemico dei, clamori giornalistici, diffidente nei riguardi delle incisioni discografiche, Michelangeli ha magistralmente interpretato capolavori di Mozart, Beethoven, Chopin, Schumann, Brahms, Debussy, Ravel. Da una sua allieva, la concertista polacca Lidia Kozubek, l’intenso ricordo di un Maestro fuori del comune e non classificabile in alcuna categoria estetica aprioristicamente determinata.
Arricchiscono il volume un saggio introduttivo di Marco Bizzarini e un’aggiornata discografia a cura di Stefano Biosa.
Lidia Kozubek (Poznan 1927), pianista, didatta e musicologa polacca, dopo gli studi all’Università Jagellonica di Cracovia e all’Accademia Musicale di Varsavia, ha frequentato dal 1958 al 1963 i Corsi internazionali di perfezionamento ed interpretazione pianistica tenuti ad Arezzo da Arturo Benedetti Michelangeli. Ha svolto attività concertistica in tutto il mondo e ha realizzato registrazioni radiotelevisive e discografiche. Docente all’Accademia Musicale “F. Chopin” di Varsavia, è stata anche visiting professor all’Academia Musicae Musashino di Tokyo.
Marco Bizzarini (Brescia 1966) è saggista, ricercatore e critico musicale. Laureato in Musicologia e diplomato in pianoforte, ha recentemente pubblicato la monografia Luca Marenzio: the career of a musician between the Renaissance and the Counter-Reformation (Ashgate Publishing) e l’edizione critica dei testi poetici delle cantate di Benedetto Marcello (Fondazione Levi). Collabora con il Dipartimento di Storia delle Arti Visive e della Musica dell’Università di Padova.
Stefano Biosa (Milano 1964) è specializzato in ricerche discografiche e documentarie su musicisti del Novecento. Autore di articoli sulla storia del jazz, coordina, insieme a Marco Bizzarini, il Centro di Documentazione “Arturo Benedetti Michelangeli” di Brescia.
Tutti Gli Scritti
Autore/i: Platone
Editore: Rusconi
prefazione, introduzione e cura di Giovanni Reale.
pp. LXXV-1852, 15 tavv. b/n f.t., Milano
Gli scritti di Platone sono un grande libro di meditazione, una Bibbia spirituale laica amata e letta in ogni tempo.
Il lettore di oggi, in particolare, trova nei dialoghi di Platone, nel suo parlare per immagini, nella sua capacità di comunicare non solo per concetti, ma attraverso il simbolo, il mito, la metafora, una coinvolgente consonanza. Perciò è sempre forte, anche oggi, l’esigenza di ritradurre gli scritti di Platone in modo vivo e attuale. Questa traduzione vuole ridare i concetti di Platone con la maggiore chiarezza possibile, in un linguaggio moderno. Ogni particolare di questa edizione mira ad aiutare la lettura in maniera cospicua: l’Introduzione generale, che fornisce un quadro dei punti essenziali del pensiero platonico; la Presentazione di ogni dialogo, che ne offre la scansione interpretativa; i titoli all’interno del dialogo, che ne evidenziano la struttura logica, le tematiche e le argomentazioni; le note, che forniscono notizie su personaggi, luoghi e eventi, ma anche indicazioni per la lettura trasversale; l’Iconografia, che offre all’immaginario del lettore una galleria di ritratti di Platone, della sua figura fisica e spirituale. La stessa riunione dei dialoghi in un solo volume obbedisce a un’esigenza di lettura, poiché solo così può essere fatta quella lettura trasversale, da dialogo a dialogo oltre che dagli scritti alle Dottrine non scritte, che consente di conoscere Platone.
L’équipe di studiosi che ha portato a termine l’impresa dopo una lunga preparazione, lavorando con piena identità di vedute e uniformità di metodi, è guidata da Giovanni Reale e composta da Roberto Radice, Claudio Mazzarelli, Maria Luisa Gatti, Maria Teresa Liminta e Maurizio Migliori.
In copertina: testa di Platone (particolare). Roma, Musei Vaticani, Galleria Geografica. Questo ritratto, utilizzato per raffigurare Aristotele, riproduce in realtà i tratti del viso di Platone.
Enneadi
Autore/i: Plotino
Editore: Rusconi
testo tedesco a fronte, introduzione, note e bibliografia a cura di Giuseppe Faggin, presentazione e iconografia di Giovanni Reale, revisione finali dei testi, appendici e indici di Roberto Radice.
pp. XXXIV-1610, 15 tavv. b/n f.t., Milano
Le Enneadi contengono tutti gli scritti di Plotino, ossia cinquantaquattro trattati, scritti fra il 254 e il 269, sistemati dal discepolo Porfirio in sei gruppi di nove trattati, donde il nome Enneadi (dal greco ennea, che vuol dire appunto nove).
Molte pagine delle Enneadi si collocano allo stesso livello delle più belle pagine di Platone e di Aristotele, e la storia dei loro influssi non è seconda a quella delle opere degli altri due grandi pensatori greci.
Quando i Greci si sono interrogati sul senso dell’uomo nel suo più alto significato e valore, hanno risposto in maniera concorde che esso consiste nel contemplare.
Il ricercare la verità e il saper guardarla nel suo intero, traendo tutte le conseguenze che ne derivano, è la cifra emblematica del grande pensiero dei Greci. In Plotino la “contemplazione” assurge a forza creatrice di tutta quanta la realtà.
E proprio in questo consiste il messaggio più sconvolgente di Plotino all’uomo contemporaneo: l’uomo di oggi crede che la prassi possa mutare ogni cosa e salvarlo; Plotino spiega invece che la prassi è solo l’orma scomposta della contemplazione che svanisce. Il vero e costruttivo fare suppone sempre strutturalmente un contemplare, che lo sorregge e lo motiva. Nella prassi l’uomo si svuota di sé; nella contemplazione, invece, si riempie dell’Assoluto.
Inoltre, l’uomo di oggi non conosce le ansie del “permanere nell’essere” e del “ritornare”: cerca di respingere in vari modi autorità e tradizioni culturali in cui trovare un approdo, né accetta sostegni metafisici in cui trovare la quiete dello spirito. Il suo paradigma emblematico è la velocità del correre, il fuggire da sé, l’andare oltre, e il rifiuto di tornare e di fermarsi.
Ma per l’uomo di oggi che con Brecht dice: “Non lasciatevi sedurre: non esiste ritorno”, Plotino costituisce come l’anamnesi metafisica del contrario: “Non lasciatevi sedurre: il ritorno è il destino irreversibile dell’uomo”.
I nuovi studi sulla storia della scienza, di recente, hanno messo in rilievo il fatto che le Enneadi e il Neoplatonismo hanno avuto un ruolo determinante nell’affermarsi e nel diffondersi della rivoluzione scientifica e in particolare di quella copernicana. La grande rinascita che il Neoplatonismo ha avuto nell’età umanistico-rinascimentale ha contribuito alla dissoluzione di concezioni aristoteliche che facevano da supporto al paradigma tolemaico, spianando così la via alla diffusione di quello eliocentrico alternativo.
In copertina: «Sarcofago di Plotino» (particolare raffigurante i volti di Plotino e Porfirio), databile tra il 265 e il 270. Città del Vaticano, Museo Gregoriano Profano (già Lateranense), Galleria dei Sarcofaghi. Foto A. Bracchetti.
Il Contemplatore Solitario
Autore/i: Jünger Ernst
Editore: Ugo Guanda Editore
a cura di Henri Plard, traduzione di Quirino Principe.
pp. 344, Parma
Chi conosce Ernst Jünger e la sua straordinaria attitudine a vedere attraverso le parole e le cose, troverà finalmente raccolti in questo libro saggi leggendari, sempre sottintesi nel ritratto che ci si e fatti di questo scrittore. Poco accessibili ai lettori italiani, gli scritti che costituiscono Il contemplatore solitario sono qui tradotti quasi in omaggio al centesimo compleanno (29 marzo 1995) di questo indistruttibile testimone della verità e dell’immutabile che s’intravede oltre la verità. I temi sono già in parte familiari allo jüngeriano fedele, ma qui si caricano di forza irresistibile, e l’incalzare delle idee, raggiunto il vertice di densità e d’intensità, si conclude sempre con un aforisma luminoso e trasparente che ogni volta sembra riassumere il significato supremo. Il tema più nuovo per il lettore italiano è quello che si articola in una formidabile architettura logica e insieme temeraria in Linguaggio e anatomia: il reciproco rapporto di mimesi e di specchio tra il linguaggio e la struttura del corpo umano. Quel saggio coabita con folgoranti pagine di diario, nate da soggiorni in terre solari, neolatine. La parte primaria è assegnata all’Italia, e in particolare alla sua terra storicamente più tenuta ai margini, la Sardegna (Presso la torre saracena, Terra sarda, Lo scarabeo spagnolo). Con la «trilogia sarda» si armonizza perfettamente il grandioso affresco di Una mattina ad Antibes: l’immagine della Provenza marittima sfolgora di colori diversi, ma ne balena un simile luccichio di abitatori degli abissi marini o del fogliame o delle altezze montane e celesti.
Forse con maggiore energia che in altri scritti jüngeriani erompe qui l’energia dello stile, che travolge il lettore nell’insolita esperienza di una penetrazione visiva della natura il cui fascino è quello di un’avventura epica e fantastica.
Un diario più breve e Balcone sull’Atlantico, nato da un soggiorno a Lisbona: qui non è la natura l’oggetto reso trasparente dallo sguardo dello scrittore, ma l’arte. Quelle pagine sono un ponte tra la forma del diario e la critica d’arte che raggiunge altezze sovrane nel saggio che chiude la raccolta, I demoni della polvere, dedicato all’opera di Alfred Kubin: un’arcata gotica dai colori nordici, eccentrica rispetto a gran parte del libro, e proprio per questo fortemente saldata, posta com’è alla fine, con lo scritto ancora più eccentrico – un piccolo capolavoro di «espressionismo metafisico» – che apre il libro: Lettera dalla Sicilia all’uomo nella luna. Qui, come nello Scarabeo spagnolo, come nel fulmineo Tre ciottoli, il lettore troverà forse la chiave decifratoria dell’eroica battaglia intellettuale di Jünger tesa a sottrarre la bellezza, fine ultimo dell’Essere, alla tragedia del tempo che fluisce.
Le Lacrime di Eros
Autore/i: Bataille Georges
Editore: Arcana Editrice
introduzione di Mario Perniola, traduzione dal francese di Dolores Ritti.
pp. 144, nn. ill. b/n, Roma
“Le lacrime di Eros” è l’ultimo libro a cui Bataille ha lavorato prima della sua morte e queste lacrime – che il tempo ha trasformato in pietre dure – sono il suo ideale testamento sull’erotismo, la chiave che decifra gli assurdi rapporti fra morale e desiderio, fra poesia ed estasi.
Questo libro è «il primo passo verso la coscienza della morte… il primo passo verso ciò che porta a dimenticare l’infanzia della ragione, della ragione che non seppe mai misurare i suoi limiti… attraverso la violenza del superamento ho allenato, nel disordine delle mie risate e dei miei singhiozzi, nell’eccesso dei miei trasporti che mi spezzano, la somiglianza dell’orrore e di una voluttà che mi eccede, del dolore finale e di una insopportabile gioia!» …mai libro è stato più profetico e insieme sofferto, lo provano le lettere di Bataille che l’accompagnano, come una indispensabile chiave interpretativa del suo progetto, e che mostrano lo straordinario intreccio di Eros e di Tanatos sul caduceo della vita corrente.
Kappa
Autore/i: Akutagawa Ryūnosuke
Editore: Se
traduzione di Mario Teti, in copertina: Kunichika, L’attore Kawarazaki Gon-nosuke nel ruolo di Daruko, 1869 (particolare).
pp. 96, Milano
«Prima di procedere nel racconto, penso di dover dire qualcosa sugli animali chiamati kappa. Taluni ancora dubitano della loro esistenza, che invece è reale, com’è vero che io stesso ho vissuto tra loro. Hanno capelli corti, e le dita delle mani e dei piedi congiunte da una membrana […]. In media, sono alti poco più di un metro. Secondo il dottor Chack il loro peso oscilla tra i nove e i dieci chili, ma alcuni eccezionalmente grossi raggiungono i venticinque chili. La parte superiore del loro cranio è concava, rotonda come una scodella, e pare che diventi sempre più dura col passar degli anni. […] Ma ciò che più colpisce nei kappa è la facoltà, ignota agli uomini, di cambiar colore a seconda del luogo in cui si trovano. […] I kappa devono avere un considerevole deposito di grasso sotto la pelle. Infatti non usano nessun indumento nonostante la temperatura piuttosto bassa – circa 10 gradi – del loro paese sotterraneo. Invece usano occhiali e portano con sé portasigarette, libri in edizioni tascabili e cose del genere, ma non per questo hanno bisogno di vestiti e di tasche, giacché, come i canguri, sono naturalmente forniti di una graziosa borsa sul ventre. La cosa che mi sembrò più curiosa è che essi non si coprono neppure con un perizoma».
Pubblicato nel 1926, un anno prima della morte dell’autore, Kappa è il capolavoro di Ryŭnosuke Akutagawa, qui riproposto nella magistrale versione di Mario Teti.
Miti Romani
I racconti mitici sulla fondazione della città eterna e le sue antiche leggende.
Autore/i: Gardner Jane F.
Editore: Arnoldo Mondadori Editore
introduzione dell’autrice, traduzione di Claudio Lamparelli.
pp. 144, nn. ill. b/n, Milano
«Un giorno, mentre Romolo stava passando in rivista le truppe al Campo Marzio, scoppiò un improvviso temporale: una fitta nube lo nascose alla vista di tutti, e nessuno mai più lo rivide.»
I miti romani non narrano tanto storie sugli dei quanto piuttosto sui romani stessi: scrittori come Livio, Virgilio e Ovidio traspongono infatti sul piano mitico il racconto delle origini e dei primi sviluppi di Roma e del suo popolo. Alcuni offrono modelli di comportamento virtuosi e improntati a un alto senso civico che i cittadini sono incoraggiati a emulare; altri intendono dare lustro alla reputazione delle grandi famiglie romane. Le leggende di Enea, Romolo e Remo e i «Sette Re» propongono diverse versioni della fondazione della città: ma il destino glorioso di Roma – la sua predestinazione divina alla potenza e alla grandezza – è comunque presente in tutte.
L’Anticristo e il Giudizio Finale
Autore/i: Barbarin Georges
Editore: Editrice Atanòr
prefazione dell’autore, traduzione dal francese di Paolo Castorina.
pp. 152, Roma
Dalla prefazione dell’autore:
«Quanto è strana la figura dell’Anticristo che, da quasi venti secoli, la tradizione cristiana presenta a tutti gli uomini come il segno dell’inizio della loro fine.
Ma quanto più singolare ancora il riserbo delle ortodossie che lasciano quasi completamente nell’ombra il personaggio più tipico degli “ultimi tempi”.
Infatti, l’insegnamento ufficiale delle Chiese è muto sull’Anticristo e sulle condizioni della sua venuta come della sua scomparsa.
Per la teologia cristiana la storia dell’Anticristo non ha, per così dire, maggiore consistenza di quella dell’Ebreo Errante. Ciò non pertanto la curiosità del mondo cristiano vi è particolarmente attratta dato il suo carattere premonitore ed eccezionale.
Senza dubbio la maggior parte degli uomini, appartengano o meno ad una confessione religiosa, vivono nel disinteresse di ciò che non è l’ora presente; ma gli spiriti veramente religiosi non possono non tener conto degli avvenimenti futuri dell’Umanità.
Specialmente oggi, in quanto il mondo sembra in preda alla follia e tutto sembra annunciare la fine di un ciclo e prossima la scadenza di uno spaventoso rendiconto. Questa e l’opinione generale, sicchè molti pensano di essere alla fine dei tempi e credono pure che questo mezzo secolo, in cui siamo appena entrati, sarà l’ultimo prima del Grande Millennio. Cosicché essi interpretano l’attuale dramma del mondo come il preludio dell’Apocalisse e del Giudizio Finale.[…]»
Il Rotolo di Rut
Analisi del testo ebraico
Autore/i: Niccacci Alviero; Pazzini Massimo
Editore: Franciscan Printing Press
prefazione degli autori.
pp. 112, Jerusalem
Questo libro contiene l’analisi morfologica e sintattica del Libro di Rut (85 versetti in totale). Nella parte morfologica il lettore è guidato ad un’analisi completa del testo ebraico, con particolare attenzione alle forme verbali. La parte sintattica guida alla scoperta di un metodo di lettura di un testo narrativo.
Il libro è destinato sia agli studenti di ebraico, sia alla schiera sempre più numerosa di uomini e donne che nella Chiesa si accostano alle Scritture nelle lingue originali.
Alviero Niccacci (San Niccolò di Celle, 1940) appartiene alla Provincia Francescana dell’Umbria. Laureato in Teologia (Pontificia Università Lateranense, 1969), in Studi Orientali (Pontificio Istituto Biblico, 1970), in Sacra Scrittura (PIB, 1972) e in Lettere (Università di Roma, 1977), è professore ordinario presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Di quest’ultimo è stato anche segretario, vice direttore e direttore (dal 1990 al 1996).
Massimo Pazzini (Villa Verucchio, 1955), ofm, licenziato in Teologia biblica presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme (1985), BA in Lingua ebraica e Lingue semitiche antiche all’Università Ebraica di Gerusalemme (1990), laureato in Lingue e civiltà orientali all’Istituto Universitario Orientale di Napoli (1998), insegna ebraico, aramaico e siriaco allo Studium dal 1991. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Grammatica siriana (1999), Il libro di Giona. Analisi del testo ebraico e del racconto. (2004) con A. Niccacci e R. Tadiello.
Il Grande Conflitto
La psicologia della distruttività e le strade per la riconciliazione
Autore/i: Hellinger Bert
Editore: Urra
premessa dell’autore, prefazione di Attilio Piazza, traduzione di Maria Teresa Pozzi.
pp. XV-176, Milano
Bert Hellinger presenta ne Il Grande Conflitto una panoramica della sua visione del mondo, concentrandosi sui meccanismi psicologici che sono alla base dei grandi conflitti, delle guerre tra i popoli e le religioni. I conflitti fanno parte della vita dell’essere umano, si può dire che sia del tutto normale trovarsi ad affrontare piccoli conflitti quotidiani.
Essi ci aiutano a superare i nostri limiti e a crescere. Diversi sono invece i grandi conflitti, quelli che hanno luogo tra i popoli e i gruppi etnici: al loro interno opera una volontà di distruzione.
Responsabili di tale dinamica distruttiva sarebbero, secondo l’autore, due fattori: la convinzione è spesso collegata a un’ideologia – e la coscienza di entrambe le parti. Quando un gruppo è convinto di agire secondo coscienza, si rifà al modello nero/bianco, che porta a identificare l’altro nel male e, in casi estremi, a negargli qualsiasi caratteristica umana.
L’applicazione di queste idee porta l’autore inevitabilmente anche in una dimensione politica. Hellinger sottolinea che i due avversari in conflitto sono comunque (ed entrambi) esseri umani, e pertanto preda di irretimenti come tutti gli altri. Riuscire a vedere la natura umana presente anche nell’assassino (fino a seguire l’insegnamento religioso “ama il tuo nemico”) è per Hellinger non solo un dovere etico, ma anche pragmatico: l’unica via possibile verso la guarigione.
Bert Hellinger, psicoterapeuta sistemico, da molti anni apprezzato in Germania per il suo lavoro con le costellazioni familiari, sta ora raggiungendo un pubblico sempre più vasto e internazionale. Nato nel 1925, ha studiato filosofia, teologia e pedagogia.
Ha lavorato per 16 anni in un ordine missionario cattolico dagli Zulu, in Sudafrica.
In seguito è divenuto psicanalista e, nel corso delle sue esperienze con la dinamica di gruppo, Primal, Gestalt, analisi transazionale, terapia familiare, ipnosi eicksoniana, programmazione neurolinguistica, ecc., ha elaborato la propria Terapia Sistemica della Famiglia, a cui deve la notorietà. In Urra sono stati già pubblicati due suoi libri, Riconoscere ciò che è e Ordini dell’amore.
Il Libro dell’Estinzione nella Contemplazione
Autore/i: Ibn Al-’Arabī
Editore: Se
traduzione di Younis Tawfik e Roberto Rossi Testa, postfazione e note di Michel Vâlsan, in copertina: Frammento del Corano in scrittura kūfī (IX secolo).
pp. 80, Milano
Il Libro dell’Estinzione nella Contemplazione è uno dei numerosi trattati brevi di Ibn ’Arabî, «il più grande Maestro» sūfī (nato nel 1165 a Murcia, in Spagna, e morto nel 1240 a Damasco), che si situano spesso ai margini delle sue opere maggiori. Tesi fondamentale del trattato è che la Realtà Essenziale divina, la meta della Via della conoscenza metafisica, può essere contemplata soltanto attraverso una realizzazione che è, da una parte, estinzione di quanto nell’essere o nell’occhio contemplante vi è di contingente e relativo, e dall’altra permanenza di quanto vi è in esso di assoluto e necessario. Quello che viene meno è per definizione caduco e in via di estinzione da sempre, ciò che permane è immutabilmente identico dall’eternità. La sola Visione appare come nuova all’occhio contemplante, ed essa è l’attributo proprio di quel vertice della realizzazione metafisica che vien detto «Stazione della Quiete e della Sussistenza Immutabile».
La Via per giungervi è esoterica: solo gli iniziati, i Conoscenti, potranno attingere la Visione Suprema, conseguente all’Estinzione metafisica e coincidente con il Levarsi del Sole essenziale.
Il Libro dell’Estinzione nella Contemplazione
Note al testo
Postfazione di Michel Vâlsan


