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Rubaiyyat

Rubaiyyat

Autore/i: Omar Khayyam

Editore: Libreria Editrice Psiche

prefazione e a cura del Sayyed Omar Ali-Shah, traduzione italiana di Amelita Jorio Stacy, revisione di Alessandro Boella e Antonella Galli, illustrazioni di Elisabetta Rausch.

pp. 80, nn. ill. a colori, Torino

Il mondo occidentale conobbe per la prima volta le Rubaiyyat di Ornar Khayyam nel 1859, grazie alla traduzione inglese di Edward Fitzgerald. Costui era soltanto uno studioso dilettante di lingua persiana, senza pretese di erudizione, nè una minima conoscenza del simbolismo sufi. Gran parte della sua traduzione è parafrasata, quando non è mera invenzione. Apparvero in seguito molte versioni in diverse lingue occidentali, in cui vi erano purtroppo tali e tante imprecisioni, che il significato spirituale originano si perse completamente. Crebbe invece una sorta di mitologia riguardo a Ornar Khayyam e ai suoi presunti atteggiamenti atei e blasfemi, che dura ancora ai giorni nostri. Generalmente i traduttori occidentali e gli specialisti di cultura persiana traducono impropriamente i “termini tecnici” sufi che figurano sin dai primi scritti di dottrina sufi, arabi o persiani, filosofici o poetici; le Rubaiyyat sono invece un vero e proprio manuale di insegnamento sufi, da ammirare anche per l’estrema bellezza della loro poesia. Se si leggono con mente aperta è impossibile non essere affascinati dalla conoscenza profonda e dalla fede intensa che scaturiscono da ogni verso. Questa versione di Ornar Ali-Shah, maestro sufi di madrelingua persiana, si basa su di un manoscritto calligrafato del 1153, in possesso della sua famiglia. È fedele al linguaggio, al simbolismo e alla filosofia che distinguono particolarmente gli scritti di Khayyam. Ha inoltre lo scopo di dimostrare che le traduzioni errate sono state dannose riguardo alla possibilità di comprensione reciproca, sia culturale che spirituale, fra Oriente e Occidente.

Quartine 21-28

21.
Non anticipare mai le pene del domani;
Vivi sempre in questo paradisiaco Ora
Presto destinato tuttavia a raggiungere
Gli altri partiti in questi settemila anni”:

22.
I miei compagni di taverna scompaiono uno dopo l’altro,
Vittime innocenti del furtivo colpo mortale.
Tutti erano onesti bevitori, ma nessuno riuscì
A vuotar la propria coppa due giri prima dell’ultimo.

23.
Alzati, perché dolersi di questo caduco umano mondo?
Trascorri tutta la vita in gioia e gratitudine.
Se l’umanità fosse libera dal grembo e dalla tomba,
Quando verrebbe il tuo turno per vivere e amare?

24.
Non permettere che l’ombra del rimpianto ti offuschi,
Né che assurdo dolore oscuri i tuoi giorni.
Non rinunziare a canti d’amore, ai prati, ai baci,
Finché l’argilla tua con più vecchia argilla si fonda.

25.
Gli uni ponderano a lungo dottrine e credi,
Gli altri tentennano fra dubbio e certezza.
Spunta ad un tratto dal suo nascondiglio la Guida
Dicendo: “Sciocchi, la Via non è questa né quella”.

26.
Molti di loro, partiti innanzi a noi, mio Saki,
Sonnecchiano nel polveroso letto d’orgoglio, mio Saki.
Bevi ancora, e ascolta infine la verità:
“Qualsiasi parola da loro detta era vento, mio Saki”.

27.
Ma quelli che provarono di essere i perfetti tra noi
Montarono la volante Buraq dei loro pensieri.
Studia la tua essenza: come il Firmamento
La tua testa girerà e girerà, vertiginosamente.

28.
Un tempo, da piccoli, sedevamo davanti al maestro,
Crescendo, nel tempo, appagati dal suo insegnamento;
Come finisce la storia? Cosa ci accadde poi?
Come l’acqua giungemmo, e come il vento ce ne andammo.

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