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L’Opus Dei Vista dall’Interno

L’Opus Dei Vista dall’Interno

Autore/i: Steigleder Klaus

Editore: Claudiana Editrice

unica edizione, introduzione di Maurizio Di Giacomo “L’Opus Dei in Italia”, traduzione di Nicola Sorrentino.

pp. 288, Torino

La famosa Istituzione segreta fondata dal prete spagnolo Escrivà de Balaguer nel 1928 per fronteggiare la scristianizzazione della società europea di fronte al pericolo marxista – e da allora diffusasi in oltre 80 paesi del mondo – è oggetto da qualche mese di una campagna di stampa in Italia. Chi ha ragione: i portaparola ufficiali dell’Opus Dei che insistono nel presentarla come un’attività esclusivamente religiosa di formazione cristiana e di apostolato laico, ovvero gli uomini politici che hanno presentato varie interpellanze al governo e che la dipingono come «una nuova P 2», una «Santa Mafia»? O forse ha ragione il sacerdote e politologo Gianni Baget Bozzo quando sostiene che «vi è un bisogno di Opus Dei oggi che è intrinseco alla società italiana»?
Non v’è dubbio che l’Istituzione gode attualmente, in seno al mondo cattolico, di appoggi anche ad altissimo livello, che erano del tutto impensabili ai tempi di Paolo VI e del card. G. Benelli. Eppure teologi cattolici famosi (Urs von Balthasar, Gonzalez Ruiz) o uomini di alta spiritualità come il card. benedettino Hume, l’hanno duramente criticata per il suo spirito integrista e per i suoi metodi settari.
È necessario ascoltare a questo punto la voce serena ed equilibrata di chi ha conosciuto questo “pianeta” dall’interno, vivendone le varie tappe per circa 5 anni. K. Steigleder descrive minutamente le tattiche di proselitismo, i metodi di «formazione» o controllo delle coscienze, le curiose consuetudini, insomma lo «spirito dell’Opera», senza nasconderne l’impegno positivo, ma anche l’autoritarismo soffocante, la morale disinvolta del fine che giustifica i mezzi, l’uso spregiudicato della menzogna e del terrore, le pratiche autopunitive, il «lavaggio del cervello» ecc. L’Opus Dei ha bisogno di prendere i suoi soggetti in tenera età per poterli plasmare a suo piacimento, mantenendoli anche da adulti in condizione di dipendenza costante dalla figura del «Padre», pur trattandosi di uomini o donne che l’Istituzione introdurrà nei settori più elevati della società e della vita pubblica.
La mole schiacciante di impegni giornalieri, che costringe a vivere in una condizione di perenne inadempienza e quindi con un profondo senso di colpa; la pratica conventuale della «correzione fraterna» (vero e proprio incoraggiamento alla delazione reciproca) ed altre sottili tecniche, determinano nei membri che vivono «in famiglia» uno stato di tensione permanente che fornisce al Presidente generale materiale umano malleabile, sempre disponibile, «da usare liberamente per i fini dell’Istituzione», come recita testualmente l’art. 148 delle «Costituzioni» del 1950.
I membri dell’Opus Dei – ha scritto il fondatore Escrivà – non devono conoscere la parola «riposo». Devono morire «spremuti come limoni» e dare tutto se stessi per la realizzazione dei fini dell’Opera.
«Se per evitare un suicidio impieghiamo la forza…, non potremo impiegare la stessa coazione – la santa coazione – per salvare la Vita di molti che si ostinano a suicidarsi stupidamente nell’anima?» (Cammino, n. 399).
Mirando al fine di conquistare a Cristo «la classe cosiddetta intellettuale» (Cost. del 1950, I, art. 3, 2), l’Opus Dei si rivolge alle classi agiate, dato che «strumento specifico dell’apostolato dell’Istituzione sono le cariche pubbliche, in particolare quelle che comportano funzioni direttive» (art. 202). Ed è falso sostenere che i membri dell’Opus Dei godrebbero della più assoluta libertà nell’esercizio della loro professione civile, perché – come precisa don G. Rocca, in base alla Costituzione del 1950 – «per loro c’è l’obbligo, sancito da un particolare giuramento, di consigliarsi con il loro Superiore per questioni di una certa gravità che toccano l’esercizio della loro professione civile» (p. 70). Nessuno ha fornito ancora la dimostrazione che obblighi di questo genere siano caduti.
C’è in tutto ciò una disumanità di fondo che non ha più molto di cristiano e che ricorda da vicino le tecniche delle «sette giovanili». E forse anche un disprezzo per la persona umana come valore ultimo e una strumentalizzazione della vocazione per fini integristici, che non può non richiamare alla mente l’oscuro retaggio della Santa Inquisizione.
L’ampio saggio introduttivo di Maurizio Di Giacomo tenta di riannodare i molti fili occulti che costituiscono la trama delle attività dell’Opus Dei, la forte espansione anche in Italia.

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Argomenti: Misteri, Opus Dei, Segreti, Storia,

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