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Le Loro Teste sono Verdi le Loro Mani Azzurre

Le Loro Teste sono Verdi le Loro Mani Azzurre

Scene dal mondo non cristiano

Autore/i: Bowles Paul

Editore: Ugo Guanda Editore

introduzione dell’autore, traduzione di Giorgio Moro, in copertina particolare di «Mercato a Tunisi I» 1914 August Macke.

pp. 196, Parma

Nei versi di Edward Lear, dai quali questa raccolta trae il titolo, ad avere teste verdi e mani azzurre sono i Jumblie, creature fantastiche che popolano le lande più lontane del pianeta. Viaggiare, per Paul Bowles, non è altro che mettersi alla ricerca appassionata dei Jumblie: mescolandosi ai pellegrini che nel Sahara si recano ai santuari della devozione popolare, censendo e registrando le musiche tribali del Rif, traversando a dorso di zebù le risaie sorvolate da aironi dell’India meridionale. Il viaggio è per lui una dimensione necessaria e imprescindibile, che non ha niente a che vedere con le occasioni di svago del turismo di massa. Nella sua opera più nota, Il tè nel deserto, uno dei protagonisti traccia una fondamentale distinzione fra i turisti e i viaggiatori: mentre per i primi esiste sempre un luogo originario cui far ritorno, i secondi fanno del viaggio una condizione esistenziale permanente.
In questo senso Bowles è un vero viaggiatore.
Nelle sue peregrinazioni, come nel soggiorno a Tangeri che dura ormai da quasi mezzo secolo, ciò che l’attira non è mai l’elemento esotico gratuito, il gusto per il paesaggio bizzarro o l’architettura locale; ad affascinarlo è sempre il confronto con gli uomini di altre culture: «Ciò che rende interessante Istanbul per lo straniero non è la presenza delle moschee o dei sûq coperti, quanto il fatto che vengano ancora oggi usati come tali… E il Nordafrica senza le sue tribù, abitato, poniamo, dagli svizzeri, non sarebbe altro che una California alquanto più arida». Sono questi uomini, più ancora dei paesaggi incantati, dei templi, dei palazzi e delle città, a rischiare l’estinzione, minacciati nella loro integrità culturale dall’onda di un neocolonialismo che appiattisce ogni differenza sui valori del consumismo occidentale, valori che spesso trovano nei governi locali i più fervidi sostenitori.
Scritti in un periodo che va dal 1950 ai primi anni ’60, ora nella forma asciutta dell’appunto diaristico ora in quella più distesa del racconto di viaggio, questi brani, segnati da una dolente impotenza di fronte all’assoluta incapacità dell’uomo bianco di comprendere anziché di sopraffare, testimoniano quanto Bowles fosse già allora consapevole del destino ineluttabile che minacciava le civiltà ch’egli visitava e descriveva. Come già nel suo romanzo cult e nelle decine di racconti, Bowles si riconferma anche in queste pagine autobiografiche, in un affascinante intreccio di scrittura e vita, uno degli ultimi, accorati «cercatori di Jumblie».

Paul Bowles è nato a New York nel 1910. Abbandonata l’Università della Virginia, si trasferì diciannovenne a Parigi, dove si dedicò agli studi musicali sotto la guida di Aaron Copland. Fu solo a partire dal 1949, anno in cui pubblicò con successo il suo primo romanzo Il tè nel deserto, che cominciò a dedicarsi sempre più alla letteratura. Vive oggi in Marocco.
Di Paul Bowles Guanda ha pubblicato, nei «Narratori della Fenice», la raccolta di racconti Parole sgradite.

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