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Karagöz – Il Teatro delle Ombre Turche – Un Antenato del Cinema

Karagöz – Il Teatro delle Ombre Turche – Un Antenato del Cinema

Il buonumore in ambito nero (ma anche colorato)

Autore/i: Allori Luigi

Editore: La Nave di Bes

presentazione di Roberto Casalini.

pp. 120, nn. illustrazioni a colori e b/n, Cagliari

«Più di ogni altra cosa desideravo un proiettore. L’anno precedente ero stato al cinema per la prima volta e avevo visto un film che trattava di un cavallo, credo s’intitolasse Il bel nero e fosse tratto da un noto libro per bambini. Lo davano al cinema Sture e noi eravamo seduti nella prima fila della galleria. Per me fu l’inizio. Fui assalito da una febbre da cui non guarii mai più. Le ombre silenziose volgono verso di me i loro volti pallidi e parlano con voci inudibili ai miei più segreti sentimenti. Sono passati sessant’anni, non è cambiato nulla, è la la stessa febbre.» amore per il cinema, allo stato nascente, come “fascinazione delle ombre”: ne parla, con intensa emozione, il grande Ingmar Bergman nella sua autobiografia, intitolata non a caso Lanterna magica.
Già, il cinema e le ombre. Prima che, oltre un secolo fa, gli spettatori fossero turbati ed eccitati da L’uscita dalle fabbriche Lumiere e L’arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat, le due pellicole di cinquanta secondi che tra il 1895 e il 1896 diedero avvio alla nuova arte, cerano, silenziose antenate, le ombre. Quelle dell’allegoria platonica della caverna, che il filosofo espone nel libro della Repubblica, nel 380 a.C. Quelle del “teatro d’ombre” orientale, praticato in Cina e in India, a Giava e a Bali. Quelle della “camera obscura” inventata dall’ottico arabo Ibn al-Haitham nell’XI secolo. Quelle della lanterna magica, nota nello stesso periodo in Persia, che nel 1650 Christian Huygens e Athanasius Kircher imposero all’attenzione dell’Occidente. Quelle evocate dal fenachistoscopio, la prima sintesi artificiale del movimento messa a punto nel 1832 dal fisico belga Joseph Plateau e salutata con entusiasmo da Beaudelaire. E si potrebbe continuare a lungo, in un’elencazione da paese delle meraviglie.
A uno degli antenati più affascinanti e meno conosciuti del cinema, il Karagoz, il Teatro delle Ombre Turche, è dedicato il libro vivace e curioso, puntiglioso e informatissimo, di Luigi Allori. Gran bella scoperta, il Karagoz. Per la ricchezza dell’apparato scenico e la perfezione degli “attori”, marionette ritagliate da pelli di animali dipinte a colori rilucenti e con le varie parti del corpo articolate da asticelle di bambù. Per la sapienza necessaria ai burattinai, veri e propri antenati dell’odierno regista, per mandarle e tenerle in scena. Per il corposo fascino dei canovacci offerti allo spettatore, che danno vita a «uno spettacolo nazional-popolare, realistico e con forti venature comiche, grottesche o licenziose». E per la trascinante vivacità del suo personaggio-chiave, il popolano Karagéz, ignorante e geniale al tempo stesso, che non ha niente da invidiare al nostro Bertoldo.
Ma questo libro, in realtà, è molto di più. Come tutti coloro che, alla resa dei conti, mantengono più di quanto non promettano, l’Autore non si limita a far rivivere lo spettacolo turco, ma ci informa con gusto dei suoi avi, parenti e discendenti. Incontriamo così, pagina dopo pagina, Joseph von Sternberg (il regista dell’Angelo azzurro, do you remember?) e Ben Jonson, Goethe e Salgari, la fisiognomica e i bevitori di assenzio del cabaret parigino Chat Noir, il pittore Utrillo e il commissario Maigret, Fritz Lang e Alfred Hitchcock, Chamisso e Debussy.
Credevamo di fare una breve vacanza in Turchia, e abbiamo fatto il giro del mondo. Divertendoci.

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