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Il Vantone

Il Vantone

Titolo originale: Miles glorious

Autore/i: Plauto

Editore: Garzanti Editore

prima edizione, versione di Pier Paolo Pasolini.

pp. 156, Milano

Posso dire proprio solo due parole su questa traslazione da Plauto. Essa è nata casualmente – ma dopo reiterati appostamenti e dichiarazioni d’intenzione – nel caso di una rappresentazione reale: su ordinazione, insomma. Ebbene, eccola qua ora. A proposito di Plauto, non sono provvisto del materiale necessario per una revisione. Non c’è che questa lettura isolata, su testo vivisezionato per necessità tecniche. Sulle superfici interne, che così, a piccoli tratti, mi apparivano sott’occhio – un occhio però armato della lente deformante dell’artigiano in smania di «rifacimento», più che della lente dell’analista! – potevo avanzare delle magre ipotesi stilistiche: dei conati, privati, arbitrari, d’interpretazione. Ma non sapevo decidermi: era Plauto un sobrio aristocratico? o uno sbrigativo plebeo? nell’un caso e nell’altro dotato dell’aggressività del teatrante sicuro, che non ammette repliche, che pone di fronte al fantasma ontologico del «teatro»? Non ho risolto la questione: fastidio e fascino, sospetto di vacuità e senso di grandezza, si alternano ancora nell’animo mio, ripensando alle tre settimane di quel mio lavoro di rifacitore. Che in Italia ora esista un «teatro» analogo a quello in cui affondava le sue prepotenti radici il lavoro di Plauto, è cosa da mettere senza esitazione in dubbio. Per che palcoscenico, dunque, per che spettatori traducevo io? Dove potevo trovare una sede dotata di tanta assolutezza, di tanto valore istituzionale? Nel teatro dialettale, sì, ma il testo di Plauto non era dialettale. Del teatro corrente, ad alto livello, in lingua, mi faceva (e mi fa) orrore il birignao. Beh, qualcosa di vagamente analogo al teatro di Plauto, di così sanguignamente plebeo, capace di dar luogo a uno scambio altrettanto intenso, ammiccante e dialogante, tra testo e pubblico, mi pareva di poterlo individuare forse soltanto nell’avanspettacolo… E a questo, è alla lingua di questo, che, dunque, pensavo – a sostituire il «puro» parlato plautino. Ho cercato di mantenermi, il più squisitamente possibile, a quel livello. Anche il dialetto da me introdotto, integro o contaminato, ha quel sapore. Sa più di palcoscenico che di trivio. Anche la rima, da me inaspettatamente, credo, riassunta, vuol avere quel tono basso, pirotecnico. Il nobilissimo «volgare», insomma, contagiato dalla volgarità direi fisiologica del capocomico… della soubrette… (Ma nel fondo, a protezione della sua aristocraticità sostanziale, della sua letterarietà, ecco l’ombra dei doppi settenari rimati di una tradizione comica riesumata sotto il segno di Molière.) (Pier Paolo Pasolini)

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