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I Francesi

I Francesi

Titolo originale: Des français

Autore/i: Peyrefitte Roger

Editore: Longanesi & C.

traduzione dal francese di Maria Vasta Dazzi.

pp. 368, Milano

La fama di Peyrefitte come scrittore scandalistico, dell’uomo cioè con le orecchie sempre tese a cogliere le indiscrezioni, i pettegolezzi e i segreti più gelosamente conservati, è, come ogni fama, piuttosto usurpata, se non in tutto, almeno in parte. Perché se è vero che quando, con Le ambasciate, il romanziere puro cominciò a intessere una trama che coinvolgeva personaggi veramente esistiti, colti nelle loro tendenze più intime e spesso più ridicole, è anche vero, e forse di più, che il suo intento non era tanto quello dello scandalo, quanto quello di tracciare una cronaca satirica di un certo ambiente e di una certa epoca. Ecco perché le sue opere successive, con poche eccezioni, seguono sempre questa vena, ben diversa da quella superficiale dei columnists americani alla ricerca del sensazionale, ma caratteristica del vero pamphlétiste tutti i tempi. E così, dopo essere passato attraverso gli ebrei e gli americani, eccolo prendere per mano i suoi compatrioti e presentarceli nel momento più adatto per sollecitare le loro più vistose debolezze: la mania di grandeur, lo sciovinismo, l’amore per la battuta facile e scabrosa, eccetera. Non poteva mancare nella vicenda il generale de Gaulle, e neppure tutti quei personaggi che sono passati alla cronaca per i loro intrighi o per i loro vizi. Nessuno si salva, perché Peyrefitte, come abbiamo già osservato, non ha uguali nel colpire con precisione il suo bersaglio; e non importa se deve farsi accompagnare da un banchiere, da uno studente contestatario, da una massaggiatrice o da un gentiluomo di campagna; trascinato dalla sua magica penna, il lettore avrà l’impressione di essere anch’egli, sia pure per pochi istanti, diventato invisibile, con la facoltà di osservare con tutto comodo, e di ascoltare discorsi veramente pronunciati da personaggi della finanza, della cultura, del Jockey Club e del governo. Anche l’Accademia di Francia, con questo lavoro di cesello, finisce col trovarsi sdraiata sul divano delle confessioni.

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