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I Cimenti dell’Agnello – Novelliere Gaìnico

I Cimenti dell’Agnello – Novelliere Gaìnico

Sos chimèntos de s’anzòne

Autore/i: Ledda Gavino

Editore: Rizzoli

prima edizione rinnovata, presentazione di Paolo Savona, in copertina: John Frederick Peto, The Poor Man’s Store, 1885 (part.), Museum of Fine Arts, Boston.

pp. XVIII-234, Milano

“Era il maggio odoroso, solare, popoloso e soave mai grave della campagna sarda e i giganteschi sugheri, caratteristici gioielli, vitelli agnelli, anelli primari donavano, generosamente, fuoco continuo, il bene della loro legna.” (G. L.)

Un’impressione che il tempo dovrà confermare è di essere di fronte, con I cimenti dell’agnello, a uno dei fatti linguistici più rilevanti degli ultimi decenni. È questo lo stesso Gavino Ledda di Padre padrone in cui la lingua dei sardi era prima di tutto l’arma della contestazione? Lo stesso del capitolo La pecora e la sua vita, qui accolto, dove il registro antropologico si mescolava a quello autobiografico in una simbiosi perfetta tra l’animale e il pastore? Certamente sì, è lo stesso contestatore, uomo di crucci e di assalti, armato di sacrosanto furore (il tema della hybris).
Eppure è sempre più chiaro che per Ledda la lingua sarda non è stata semplicemente un’esperienza d’identità, un modo di verificare nella parola la vita biologica, ma il trampolino di lancio per un’avventura infinita. Basta passare – tra i racconti realistici d’apertura – da Gli acchiappati del 1977 a Le canne amiche del mare dell’anno successivo, e vedremo questa lingua allargarsi su se stessa in un fenomeno di autogenesi che punta alla poesia, dove tutti gli idiomi convivono nell’autonomia delle proprie risorse foniche.
Gavino, che è sempre protagonista, persona e maschera di se stesso, sia quando inventi una mitologia fatta di giochi d’acqua, sia quando dia fiato ai suoi dissensi accademici, si trasforma in un astrale Arlecchino, in un Ruzante grandiosamente epico, in un Cavalier Marino tutto musica. A quelle temperature si brucia la tradizione di oralità che è uno dei punti fissi della sua poetica, oppure cresce la selva mitologica della “sinfonia drammatica”, Zanne di terra, di una densità simbolica oggi senza riscontro.

Gavino Ledda è nato a Siligo (Sassari) il 30 dicembre 1938. Ha pascolato in agro e in aria di Sardegna fino al 29 giugno 1958 quando si arruola volontario nell’esercito italiano per amore del sapore del sapere. Gavino diventa sergente esperto in radiotecnica alla scuola di trasmissioni della Cecchignola, Roma (1958-59). Nel 1961 a Pisa consegue la terza media (privatista). Nell’aprile 1962 si congeda dall’esercito a Pisa e consegue, sempre da privatista, la licenza ginnasiale a Ozieri (in Sardegna): nel 1963 l’ammissione alla terza liceo classico e la maturità nell’anno 1963-64. Si iscrive all’Università di Roma nell’anno accademico 1962-65 e consegue la Laurea il 5 dicembre (mese suo di nascita) del 1969. Nel 1970 è all’Accademia della Crusca con Giacomo Devoto e nel 1971 è assistente di Filologia romanza e di Linguistica sarda a Cagliari. Nell’estate del 1970 scrive Padre padrone in saggio e lo stende in narrazione nel 1972-73. Padre padrone viene pubblicato nel 1975 (primavera) e avrà un eccezionale fortuna in Italia e all’estero (i fratelli Taviani firmeranno il film omonimo, 1977, Palma d’oro al Festival di Cannes). Nel 1977 esce Lingua di falce. Dal 1978 lavora al Muflone (libro ancora in fermentazione) o meglio lavora per inventare una narrazione andatura di natura e questa andatura sfocia in aurum Tellus (1991).
Nel 1995 escono le novelle I cimenti dell’agnello (qui ripubblicate con l’aggiunta di nuovi testi). Nel 1998 è uscita presso Rizzoli la ristampa di Padre padrone con l’inedito Recanto. Ledda si è cimentato anche con il cinema ed è autore di Ybris, film da lui stesso diretto e interpretato.

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Il legato di Vanni Scheiwiller

  • Sidèrea e futura
  • Attendendo gli avverbi quattràchici (Indulghendhe sos abbérbios battorághighes) Incipit
  • Lo zappatore di cucuzzoli (Su fossòre de sos kúkkuros – 1975)
  • La vigna del prete (Su pástinu de su preíderu – 1977)
  • Sos attenturádos (Gli acchiappati – 1977)
  • Le canne amiche del mare: le linguelle (Sas cannas amigas de su mare: sas launèddas – 1978)
  • I tìnnito dei bruchi (Su sónidu de sa ruga – 1990)
  • La pecora e la sua vita (Sa berbèghe sarda eghe sa biúrra sua – 1972-73)
  • Zanne di terra – Sardonia (1988) Sinfonia drammatica e Quercus e Suber (1989) Sinfonia di linfa

APPENDICE

  • Promemoria a Guido Aristarco. La forza del muflone e la metafora di Arte e Scienza (1985)
  • Gavino Ledda e l’oralità. Lettera a Paolo Savona (con una conclusione poetica scritta e un’improvvisazione, cimento estemporaneo, in sardo) (1988)
  • Oralità e anagrafe (1989)
  • Promemoria al lettore della terra e degli avverbi teràchici contèrmini (1995)

Nota di Vanni Scheiwiller per l’edizione 1995
Nota all’edizione 2000

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