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Gulistán Ovvero il Paese delle Rose

Gulistán Ovvero il Paese delle Rose

Autore/i: Morier James Justinian

Editore: Franco Maria Ricci Editore

nota e cura di Gianni Guadalupi, questo esemplare appartiene alla prima tiratura limitata a 5000 copie numerate.

pp. 268, 39 tavole a colori, 1 cartina a colori ripiegata, Milano

Dalla nota del curatore:
«Fra gli Orienti sognati dall’Europa, il più soave fu certo la Persia; financo l’inesauribile ferocia dei suoi celebri predoni trascolorava in fanciullesca gaiezza: quei pravi erano capaci di sterminare una carovana per impadronirsi di tonnellate di zucchero e versarle poi nei ruscelli dei loro monti, sbigottendo i contadini delle vallate sottostanti col miracolo dell’acqua dolce.
La voga persiana era iniziata con la traduzione delle Mille e una notte per opera dell’orientalista francese Antoine Galland: quel compendio di fabulazioni orientali, il cui primo volume apparve nel 1704, conobbe un successo di pubblico tale da scatenare una serie di imitazioni forsennate, che gabellandosi per erudite traduzioni dall’arabo o dal persiano si permettevano audacie, smodatezze e licenziosità che crearono nella mente dell’Europa colta e libertina del Settecento il mito di una Citèra islamica.
Dipinta dai poeti e dai novellieri come il Gulistán, “il Paese delle Rose”, la Persia era in realtà una contrada di pietraie, rovine e ramarri: le sue vaste città dalla fama millenaria erano colme di macerie e di scorpioni, e attraversate ogni notte da torme di sciacalli; le sue oasi edeniche stavano come rannicchiate fra piatte solitudini di sabbia cementata dal sale; le sue calure fondevano la cera; le sue siccità facevano scaturire, la notte, fantasmagorie di scintille dalle code dei cavalli in marcia; le sue coste erano ricche di febbri micidiali; le sue residenze reali s’annunciavano al viaggiatore con luccicanti piramidi di crani, mònito con cui il dispotismo orientale incitava i sudditi a rispettare l’ordine.
Teheran, villaggio divenuto capitale con l’avvento della dinastia Qagiar sul finire del Settecento, era una scacchiera di giardini, spianate di detriti, immensi bazar di ceramica smaltata e stradicciole strette e labirintiche, polverose d’estate, nevose o fangose d’inverno, solcate al centro da rigagnoli colmi di rifiuti cui, attingevano i cani di giorno, gli sciacalli di notte. Perdeva d’estate i quattro quinti dei suoi abitanti, che ne uscivano in file lunghe chilometri per disperdersi sui monti vicini, fuggendo l’afa. Lo scià apriva l’esodo: i suoi bagagli gravavano non meno di duemila cammelli. Seguivano, in ordine di grado, i dignitari, gli ambasciatori stranieri, i semplici cittadini, i cani; gli sciacalli correvano paralleli al corteo.[…]»

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Argomenti: Orientalistica, Oriente,

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