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Gli Occhi dell’Eterno Fratello

Gli Occhi dell’Eterno Fratello

Titolo originale: Die Augen des ewigen Bruders

Autore/i: Zweig Stefan

Editore: Il Melangolo

traduzione di Anita Rho, collana: opuscola 28.

pp. 64, Genova

“Questa è la storia di Virata che il suo popolo glorificò con i quattro nomi della virtù ma di cui non è scritto nelle cronache dei dominatori né nei libri dei saggi e la cui memoria gli uomini hanno dimenticato”.
Inizia così “Gli occhi dell’eterno fratello”, composto dallo scrittore nato a Vienna da un’agiata famiglia ebraica.
Il nobile Virata, «il lampo della spada», che viveva nel paese dei Birwagh presso il re Rajputas, è il protagonista di questo racconto. L’eterno fratello del titolo non è riferito all’orrendo quasi omonimo televisivo, ma a Belangur, il reale fratello di Virata che costui, inconsapevole, uccide in battaglia. Da questo fatto di sangue Virata trae l’insegnamento dell’insensatezza della violenza e decide di conseguenza. Grazie alla protezione del re, affronterà una serie di trasformazioni di status – giudice, borghese, anacoreta, guardiano di cani – attraverso le quali il lettore è condotto, negli intenti dell’autore, a verificare con mano le difficoltà della vita.
Poche pagine, sunto veloce. Ciò che più conta però, è collocare questo ottimo libro nella storia. Esso infatti risale al 1922, l’anno in cui venne pubblicato il più noto Siddartha. Le tematiche trattate sono simili, simile è l’influsso della filosofia orientale anche se diverso è l’esito; ed è proprio questo il motivo del minor successo presso il pubblico dei due libri.
Alla fine Siddartha trova un senso, anche se il suo amico e servitore Govinda non riesce a capirlo; il senso che Virata troverà alla fine resta non comunicato perché incomunicabile e non è questo che il pubblico si aspetta da un libro. Siddartha può essere letto da tutti i ragazzi perché non presenta niente come irrimediabile, tutto è sperimentabile ed il senso sembra emergere naturalmente e senza violenza dallo stato delle cose. E’ la conferma della visione che gli occidentali benestanti hanno della filosofia orientale. In Zweig invece ogni scelta ha conseguenze imprevedibili e pericolose, che ricadono necessariamente sull’individuo responsabile, che non si limita ad accettare l’usuale andamento delle cose. Solo dalla presa in carico della direzione della propria vita, nel bene e nel male, in ricchezza e, soprattutto, povertà, Virata ottiene quella che è oggi banalmente chiamata «illuminazione».

Stefan Zweig (1881-1942) nato a Vienna da agiata famiglia ebraica, esercitò il libero mestiere di scrittore nei primi decenni del nostro secolo. Cosmopolita per elezione, infaticabile viaggiatore e acuto conoscitore della cultura europea e della sapienza orientale, espresse nella sua opera di poeta, narratore, saggista le angosce e le speranze dell’uomo contemporaneo.
Di fronte allo sfacelo dell’Europa, dei valori in cui aveva creduto, scelse la morte come estrema testimonianza di fedeltà alla cultura cosmopolita del dialogo e della comprensione cui aveva dedicato la propria opera.
Noto al lettore italiano soprattutto per i libri di memorie e per i saggi biografici, ci offre in questa suggestiva leggenda orientale una riuscitissima sintesi di conoscenza e di stile. L’acuta penetrazione di un mondo lontano nel tempo e nello spazio è affidata a quella straordinaria capacità di trasfigurazione letteraria che solo l’ascesi stilistica è in grado di realizzare compiutamente.

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Argomenti: Letteratura, Narrativa,

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