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Ecce Homo

Ecce Homo

Come si diventa ciò che si è

Autore/i: Nietzsche Friedrich

Editore: Adelphi Edizioni

a cura di Roberto Calasso, Henry van de Velde, fregio per la prima edizione di Ecce homo, 1908.

pp. 204, Milano

Ecce homo è l’ultima opera compiuta di Nietzsche prima della follia, scritta, nelle sue grandi linee, in tre settimane di immensa esaltazione dell’autunno 1888, a Torino. La pubblicazione di questo testo fu ritardata dalla sorella fino al 1908 – e non è difficile intuirne la ragione: in poche pagine qui Nietzsche pone le esigenze estreme del suo pensiero, esaspera i termini dell’accusa e dell’affermazione; fra l’altro è la Germania, e soprattutto lo spirito dell’Impero germanico, a essere qui vittima di un attacco che per virulenza e acutezza non è stato finora superato. Ma dietro questa drasticità della formulazione, dietro il grandioso gesto teatrale che regge il tutto, molte cose sono da scoprire in questo testo misterioso, dove Nietzsche stesso vuole configurare il proprio destino, dove anche la sua arte labirintica dà una prova suprema – e non meraviglia che molti si siano spersi nei meandri di queste poche pagine. Di fatto, Ecce homo è stato sempre uno dei testi più dibattuti di Nietzsche, di esso sono state proposte le definizioni più discordanti: proclama cosmico? documento psicopatologico? autoritratto? pamphlet antitedesco?
Certo è che quest’opera è un unicum e con essa deve confrontarsi alla fine chiunque si avvicini a Nietzsche: vi troverà un essere che con la sfrontatezza del buffone e del veggente annuncia cose che in buona parte aspettano ancora di essere capite.
Il lettore troverà in questo volume anche un ampio saggio di Roberto Calasso dove la tradizionale interpretazione «degenerativa» degli ultimi scritti di Nietzsche viene capovolta sulla base di un’analisi penetrante dei documenti del 1888 e di una intuizione profonda del loro senso. Ecce homo è così inteso come una coerente e lucida conclusione del pensiero di Nietzsche, che da esso viene illuminato retrospettivamente. La stessa follia, suggerisce Calasso, sarebbe un rifugio quasi volontario, la «caverna» per chi ha pronunciato l’ultima parola, compiuto l’ultimo gesto.

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