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Cime Abissali I

Cime Abissali I

Autore/i: Zinov’ev Aleksandr

Editore: Adelphi Edizioni

traduzione di Gigliola Venturi, Biblioteca Adelphi 76, in copertina: Incontro, litografia di M.C. Escher (1944).

pp. 504, Milano

Non esisteva finora una satira dell’URSS adeguata al suo smisurato oggetto. Con questo romanzo, proliferante e inesorabile come il Bouvard e Pécuchet di Flaubert, un logico russo tra i più prestigiosi ha compiuto il gesto temerario di scriverla. «Zinov’ev è stato capace di fare ciò che non era mai riuscito a nessuno storico, filosofo o sociologo, sia in Occidente sia nell’Unione Sovietica»: così un grande storico russo, Aleksandr Nekrich, ha salutato l’uscita di questo libro sconvolgente. Ibania, cioè il «paese degli Ivan», che «anche se per caso esistesse, sarebbe una pura invenzione», è il luogo dove si svolge questo romanzo: qui, a forza di controllare gli oggetti e le persone, si tende a perdere ogni rapporto concreto con essi, e si ha a che fare soltanto con una serie indefinita di procedure di ben temperata menzogna e occhiuta sorveglianza, che ciascuno è tenuto a esercitare e subire. E tutti gli sforzi sono dedicati a porre in atto una «misura storica» il cui scopo è «scoprire gli elementi che disapprovavano la sua messa in atto e fissare disposizioni adeguate».
In questo paese vediamo muoversi, sotto nomi allusivi, una folla di personaggi, sopravvissuti dell’antico ordine (età di Stalin), sostenitori e denigratori del penultimo (età di Chrušcëv), funzionari e vittime dell’attuale (età di Breznev). E sarà facile riconoscere, in molti casi, chi parla e di chi si parla: da Stalin a Neizvestnyj, da Solzenicyn a Chrušcëv, da Evtušenko a Sinjavskij. Tutta la storia russa dalla Rivoluzione a oggi viene illuminata come un teorema dagli innumerevoli e sottili corollari. Al centro di tutto, uno sciame di uomini del potere – politico, burocratico, accademico –, spesso tanto più mediocri e meschini quanto più alta è la loro posizione. Si incontrano, si spiano, si tradiscono, si abbracciano, e instancabilmente tornano a parlare delle regole e degli intrighi della società ibanese.
Una comicità selvaggia si sprigiona da queste pagine, una comicità che è possibile solo a chi ha varcato la soglia della disperazione. Il movimento vorticoso di questo teatro ci lascia sbalorditi, sgomenti. Sentiamo che lo regge un cervello avvezzo alle armi più raffinate della logica, e che di esse si serve per rendere evidente la forma di una società che è un solo gigantesco sofisma. E sentiamo anche, nel fondo, tutta la grande tradizione nera del romanzo russo: da Gogol’ a Saltykov-Šcedrin al Dostoevskij dei Demoni e delle Memorie dal sottosuolo, a Sologub, a Bulgakov – quella tradizione che per prima ha scoperto come il mondo moderno conosca un suo tragico peculiare, che non riesce a non essere accompagnato dal brivido di un riso devastatore.
Rovesciando il noto luogo comune secondo cui nell’URSS vi sono talune degenerazioni, Zinov’ev monta e smonta dinanzi ai nostri occhi il meccanismo di una società che in quelle degenerazioni ha il suo cuore. Come tutti i grandi scrittori satirici, Zinov’ev non concede vie d’uscita, né fuori né dentro Ibania: di fatto, quelle ossessive «leggi della società», che mostra all’opera nel suo romanzo col rigore dello scienziato e la furia del visionario, noi le riconosciamo immediatamente, perché le viviamo ogni giorno, seppure in varianti che forse una volta saranno ordinatamente classificate da qualche paziente naturalista.
Cime abissali apparve in Svizzera nel 1977.

“Personalmente, ne sono rimasto assolutamente, oscuramente affascinato; mi sono divertito ed ho anche riso, essendo consapevole contemporaneamente che si trattava di un libro sinistro; sono stato irretito in un mondo d’ombre, di disossate e consunte meduse umane, avvertendo insieme che quei bizzarri profili di carta e parole erano capaci di lancinanti squisitezze logiche e di raffinate, sapienti, intollerabili sofferenze. È satira? Non lo so; forse sì, giacché la satira è il genere più ambiguo, più sordido, e sa congiungere in sé l’odio e il riso, la ripugnanza e la seduzione; sa essere disperata e furba. Questo libro è satira come il viaggio di Gulliver tra i cavalli sapienti, i nobili animali che gli rivelano come si possa tollerare d’esser uomini solo difendendosi nella follia.” (Giorgio Manganelli)

«Bisogna leggere e rileggere e meditare questo libro» («Le Monde»)

«Grande è la tentazione di citare, a proposito di Aleksandr Zinov’ev, Rabelais, Swift, Kafka». («L’Express»)

Aleksandr Aleksandrovic Zinov’ev (1922-2006) è stato un filosofo e scrittore russo.
Dopo aver conseguito la laurea in Filosofia, diventa Docente di logica presso l’Università statale di Mosca, uno fra i maggiori esperti di logica matematica. Ma causa del suo pensiero molto critico nei confronti del regime sovietico, viene progressivamente emarginato, finché fu espulso prima dal PCUS e poi costretto all’esilio dall’Unione Sovietica dopo aver pubblicato in Svizzera Cime abissali (1976), un romanzo spiccatamente satirico avente come bersaglio i protagonisti dell’ultimo ventennio di storia sovietica.
Trasferitosi nella città di Monaco, proseguì la propria attività come docente, scrittore e saggista. Rientra in Russia dopo la caduta del muro di Berlino (1989) e il periodo della perestroika inaugurata da Gorbaciov.

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Argomenti: Letteratura, Romanzo, Russia,

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