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Bhagavadgītā

Bhagavadgītā

Il Canto del Beato

Autore/i: Anonimo

Editore: Rizzoli

testo sanscrito a fronte, prefazione, introduzione, traduzione e cura di Raniero Gnoli.

pp. 272, Milano

La Bhagavadgītā è un poemetto di settecento versi, scritti intorno agli inizi dell’era cristiana, che contiene le dottrine di una scuola religiosa indiana, la quale “vedeva nel «beato» Kṛṣṇa Vāsudena il Dio supremo. Essa è compresa nel Mahābhārata: nel punto cruciale del poema, prima della battaglia, quando Arjuna esita e si smarrisce davanti alla strage che si sta preparando. È uno dei grandi breviari dell’umanità, che concentra in sé l’insegnamento dell’India: una sublime poesia filosofica, scritta a onde, a ripetizioni successive, che ci conducono sempre più stretti verso il centro. Dio è dovunque: nella terra, nell’acqua, nel fuoco, nel vento, nella mente, nell’io. Ma, d’altra parte, questo Dio che si manifesta in tutte le cose è immanifesto nella sua essenza, occultato dalla propria stessa apparizione, dall’illusione che emana, assente dall’universo. «Tutti gli esseri risiedono in me, ma io non risiedo in loro.» Dio è il termine supremo del conoscere, una luce risplendente – ma anche una fiammeggiante forza di distruzione: e l’eterno e il tempo: è immobile e mobile, lontano e vicino, indiviso e diviso. Quanto al saggio, è colui che non si lascia turbare dal corpo e dalla materia: indifferente al piacere e al dolore, alla perdita e all’acquisto, alla vittoria e alla sconfitta: egli ha la mente stabile, imperturbata, senza passione e senza desiderio, concentrata in se stessa. Egli agisce, perché l’uomo non può non agire: ma agisce senza attaccamento e senza speranza, senza badare ai risultati, facendo dileguare l’azione nel nulla. Vede, ode, tocca, fiuta, mangia, cammina, respira, come se non vedesse, udisse, toccasse, fiutasse, mangiasse. Intorno alla Bhagavadgītā, che la BUR presenta a cura di Raniero Gnoli, Hermann Hesse ha scritto: «Quando la delusione mi fissa negli occhi e, tutto solo, non scorgo nemmeno un raggio di luce, lo rivado alla Bhagavadgītā. Trovo un verso qui e un verso là e immediatamente comincio a sorridere nel mezzo di tragedie soverchianti. Essa ci parla con una voce sovrana, serena, continua: la voce di un’intelligenza antica che in un’altra epoca e sotto un antico cielo seppe discutere e risolvere le questioni che ci travagliano».

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