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Il Gesto Femminista

Il Gesto Femminista

La rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell’arte

Autore/i: Autori vari

Editore: DeriveApprodi

a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna.

pp. 168, nn. fotografie e illustrazioni b/n, Roma

«Materializzare la vagina, farle un doppio con le dita, fu anche un modo per esorcizzarne il problema, per liberarla e liberarci di lei in quanto schiavitù» (Claire Fontaine)

Negli anni Settanta, migliaia di donne in Italia e in Europa sono scese in piazza per protestare accomunate dallo stesso gesto: con le mani congiunte, a formare il simbolo del sesso femminile, hanno rivendicato con forza e come mai prima di allora il diritto di vivere una sessualità libera e di riappropriarsi del loro corpo. Se la storia del femminismo si lega a una pluralità di prospettive, teorie e azioni fortemente eterogenee, il «gesto della vagina» ha rappresentato un simbolo nel quale i movimenti delle donne si sono per lo più riconosciuti, nato dal bisogno di dare visibilità e forma tangibile alla rimozione del genere femminile. Sul piano della sessualità, del lavoro e dell’immagine delle donne.
A partire dalle molte fotografie di questo gesto, che hanno contribuito a formare l’iconografia e l’immaginario estetico del femminismo, il libro ripercorre in modo trasversale alcune esperienze di un movimento che si è configurato come la sfida più radicale alla cultura patriarcale delle società capitaliste. E che ha trovato espressione nell’azione e nella pratica politica, così come nei vari linguaggi artistici, dal cinema alla letteratura, dal teatro all’arte visiva e alle pratiche performative di Body Art.
Attraverso il contributo di militanti femministe, sociologhe, antropologhe, filosofe, storiche dell’arte, fotografe e registe, appartenenti a generazioni diverse, il libro affronta la genesi e le implicazioni di quel gesto, mettendo in luce la pluralità e la complessità degli approcci femministi ai temi del corpo, del lavoro e della percezione del sé.

Un brano:
Questo libro parla di un gesto. Del gesto che per tutti gli anni Settanta i collettivi e i movimenti delle donne, soprattutto in Italia ma non solo, hanno praticato ed esibito sulla scena pubblica, nei cortei, per strada, nei tribunali, nelle università, di fronte al Parlamento, nelle assemblee. Donne isolate, in gruppi sparuti e più grandi, in manifestazioni folte o ridotte. In qualunque postura del corpo, sedute, in piedi, abbracciate, correndo, sfilando, saltando, ballando. Con ogni espressione, accigliate, aggressive, minacciose, ironiche, ridendo, più di tutto ridendo. A fare questo gesto sono state donne di qualunque età, bambine, adolescenti, adulte e anche molte anziane. Vestite in qualunque modo, anche se non sempre sappiamo precisamente con quali colori. Un gesto trasversale che serpeggia tra le mani delle donne, che si fa con le mani delle donne, che sembra non ricalcare la frammentazione della ricca (e conflittuale) galassia politica dei movimenti di quegli anni. Un gesto nel quale tante tantissime donne si sono riconosciute e che sembrano aver avuto voglia di praticare. Militanti, rivoluzionarie, casalinghe, operaie, studentesse… ma in quel gesto, anche solo fatto per una volta, anche solo per un momento, femministe. Un gesto che, così come compare in una genealogia incerta, poi scompare. Un momento c’è, poi non c’è più. Sembra durare circa un decennio: i Settanta. Spunta insieme ai movimenti delle donne, alla politica delle donne, al femminismo. Insieme alla pillola anticoncezionale, ai consultori, allo speculum, al divorzio, all’aborto, ai processi per stupro, dopo le minigonne e forse insieme agli zoccoli. Va a mettersi tra uomini e donne, tra marito e moglie, tra compagno e compagna, anche tra donna e donna. All’incrocio di relazioni amorose, affettive, familiari. Di rapporti di potere, di gerarchie, di forme di subordinazione. Di rapporti di produzione e di riproduzione. Questo libro parla di un gesto, ed è dunque un ossimoro. Perché un gesto non dice, non comunica, sta fuori da un linguaggio, ma sta dentro una lingua. La lingua di un segno. Un segno che qui è metonimia, dunque una parte che sta per il tutto. Un segno che non sta per un pieno, bensì per un vuoto che pure non è mancanza. Non è un braccio alzato in un pugno chiuso, una mano puntata come una pistola e nemmeno due dita divaricate per dire della vittoria, fosse anche quella della Rivoluzione. Un gesto che ha reso visibile ciò che prima restava invisibile, che allarga uno spazio nella forma di un buco non tondo. Col gesto si apre un varco e non è subito pieno, perché non fa posto a un oggetto specifico, fa posto e basta. E quel varco, quell’apertura non saranno mai pieni e infatti c’è posto per tutto: per l’immagine e la percezione di sé, per il proprio genere e l’altro, per una continua interrogazione sul chi siamo, sull’identità e la sua costruzione, sulla soggettività e la sua «natura», sul potere in quanto soggetto, sulla soggezione di essere oggetto, sul corpo e sull’anima, sul come si nasce e come si diventa, sulle relazioni esistenti e quelle da inventare, sul piacere e sul godimento. Di certo non si può dire che quel gesto sia passato inosservato. Non agli obiettivi fotografici, come appunto dimostra questo libro. Non allo sguardo di coloro ai quali era rivolto, come dimostra il corso delle cose. Nel guardare le immagini che scorrono lungo le pagine non si può non pensare a un certo imbarazzo che deve aver colto gli spettatori diretti, e forse anche le spettatrici, di quel gesto esibito, sbattuto sotto lo sguardo altrui e spesso incorniciato dallo sguardo di chi lo ha agito. Non si può non immaginare l’urto, lo shock percettivo che lì si è ingenerato. Senz’altro un mondo è crollato. A partire da una fessura. Di questa fessura parlano gli interventi che compongono questo libro. Tra loro diversi per approccio e analisi, che in alcun modo si è voluta esaustiva, compilativa, cronologica. È un libro per immagini a partire da un’immagine, su ciò che oggi di quel gesto – non più agito – ci rimane. Ne parla chi c’era tra gli abbracci di un corteo di donne e chi stava dall’altra parte della macchina fotografica. Chi ha filmato quel movimento di mani molti anni dopo. Chi, trascorse alcune generazioni, lo ha scoperto nei libri di storia. Chi lo analizza, guardando ad «altre» donne, che nella strada verso la propria liberazione hanno messo in scena «altri» gesti. O chi lo ha ritrovato nelle pratiche delle artiste, tra gli anni Settanta e Ottanta. Chi lo riporta a un pensiero. Chi, oggi, lo osserva forse pensando «peccato non esserci state». Dev’essere stata una bella festa. Qui abbiamo provato a raccontarla, per frammenti di immagini e di narrazioni, per dire del mondo che da quella fessura si è cominciato a intravedere. Il suo bilancio e ciò che ne resta, o cosa sia diventato, sono un’altra storia. (Ilaria Bussoni e Raffaella Perna)

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