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L’Enigma della Sfinge

L’Enigma della Sfinge

O le origini dell’uomo

Autore/i: Róheim Géza

Editore: Guaraldi Editore

introduzione all’edizione italiana di Glauco Carloni, prefazione di Ernest Jones, prefazione dell’autore, traduzione di Margherita Novelletto Cerletti.

pp. 304, Rimini

«L’enigma della Sfinge – scrive Róheim – e l’enigma dell’umanità». Ma chi è, in realtà, la Sfinge? Per Róheim essa – al pari di tanti altri esseri compositi e mostruosi delle più distanti mitologie (dall’egizia alla greca, dall’azteca a quella degli aborigeni australiani) – è la raffigurazione simbolica della «scena primaria cioè dell’allarmante visione, fissatasi indelebilmente nella prima infanzia, dei genitori allacciati nel coito.
Assunto come ipotesi che «le singole civiltà possono farsi risalire ai traumi caratteristici dell’infanzia» e che «la loro struttura rappresenta una difesa nei confronti di questi traumi e una loro ripetizione sublimata», Ròheim assegna una funzione decisiva nel costituirsi delle culture per l’appunto alla «scena primaria», se è vero che il totemismo – la forma più «primitiva» di religione e, insieme, di organizzazione sociale – «ha un precursore nella credenza in demoni che sono a loro volta, non diversamente dalla Sfinge, «proiezioni dei genitori nell’atto di accoppiarsi, e come tali terrificanti per il bambino».
Il bambino introietta la «scena primaria» insieme col piacere di una partecipazione ideale e col divieto di una partecipazione effettiva: «Il problema della nascita della cultura, ovvero dell’elemento specificamente umano, – afferma Róheim – si identifica in sostanza con il problema della genesi del Super-io In L’enigma della Sfinge, che è forse la sua opera più importante e certamente una tappa fondamentale nella elaborazione teorica delle sue ricerche sul campo, Róheim si prepone di chiarire che cosa sia la cultura, Che cosa, cioè, renda l’uomo tale: oltre alla sua origine traumatica e alla sua essenza repressiva, egli individua in quello che Bolk ha chiamato il «principio del rallentamento», vale a dire nella prolungata infanzia dell’uomo, in quel perdurare della situazione infantile che non soltanto crea relazioni oggettuali stabili, ma nel duale acquistiamo la capacità di controllare la nostra aggressività, la stessa «base biologica» della cultura.

Géza Róheim (1891-1953) ebreo ungherese, di cultura tedesca, emigrato negli Stati ,Uniti, vi. restò dal 1938 fino alla morte.
Allievo di Ferenczi e primo antropologo psicoanalista condusse ricerche sulle popolazioni dei quattro continenti, integrando lo studio delle diverse culture con l’analisi dei sogni e dei giochi dei primitivi mediante le tecniche di Freud e della Klein e secondo le sue personali esperienze terapeutiche. Uomo di temperamento eccezionale e di geniale originalità, lettore insaziabile e scrittore torrenziale, profuse la sua vena in centinaia di articoli e in una ventina di libri, fra i quali ricordiamo Gli eterni del sogno edito in questa stessa collana e Le porte del sogno in due volumi (Il ventre materno – La discesa agli inferi) usciti sempre per i tipi della Guaraldi Editore nella collana «Le scienze dell’uomo».

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